Ma cos’e’, in pratica, una DITTATURA? Ovvero, cosa succede in CINA mentre il mondo guarda la televisione?

Definizione di dittatura da Wikipedia

La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo stato.

In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto, autoritarismo.

 

 

Insomma, una dittatura e’ un po’ l’opposto di una democrazia.

Bene, secondo il Democracy Index (Indice di Democrazia), elaborato dall’autorevolissimo giornale britannico The Economist, la Cina e’ al 138esimo posto su 167 paesi studiati. Ha un indice di 2,97 contro il 9,88 della Svezia, l’8,15 del Giappone, il 7,92 di Taiwan (di fatto indipendente ma per Pechino e’ ancora territorio nazionale cinese), il 7,73 dell’Italia e il 7,68 dell’India.

Cosa significa questo in pratica? Come si traducono questi numeri astratti nella vita di tutti i giorni di un cinese?

Facciamo un esempio.

Le persone singole o i gruppi che lo desiderano potranno esprimere le loro opinioni, secondo la consuetudine invalsa in tutti i paesi che hanno organizzato le Olimpiadi.

(Dichiarazione del capo della polizia di Pechino in seguito all’emanazione di una normativa che dava istruzioni su come e dove poter manifestare durante la durata dei Giochi)

 

Ecco cosa diceva il 23 luglio il capo della polizia di Pechino Liu Shaowu, rispondendo alle domande della stampa straniera su censura e liberta’ di espressione.

Liu Shaowu indicò gli unici luoghi in cui si sarebbero potute “esprimere opinioni”, cioe’ tre parchi dove sarebbero stati autorizzati cortei, comizi, assemblee e via dicendo.

Unica condizione: gli organizzatori avrebbero dovuto comunicare le loro intenzioni alla polizia con 5 giorni di anticipo…

Insomma, ha commenato ironicamente qualche straniero, esprimere le proprie opinioni si, ma che siano ben ponderate: 5 giorni!

Ma quello che ha detto questo Liu Shaowu e’ vero o falso? Quel’e’ stata la realta’? Chi voleva manifestare o “esprimere la propria opinione” ha potuto farlo o no?

 

Ce lo racconta l’orientalista e corrispondente de La Repubblica a Pechino Federico Rampini in Liberta’ di protestare ai Giochi: una trappola.

 

Ji Sizun, 58 anni, è stato visto l’ultima volta l’11 agosto al commissariato di polizia del quartiere Deshengmenwai. Era andato a chiedere il regolare permesso per usare uno dei tre parchi che le autorità hanno designato come “zone di libertà d’espressione” durante le Olimpiadi. Voleva organizzare una protesta contro la corruzione. Quel giorno alle ore 12.15 alcuni testimoni lo hanno visto caricare su un’auto nera da tre poliziotti in borghese. Poche ore dopo la sua famiglia ha ricevuto una breve telefonata in cui Ji spiegava di “avere dei problemi”. Da allora non si hanno più notizie di lui, al cellulare non risponde. Ji Sizun è uno dei pochi audaci che hanno voluto mettere alla prova la promessa fatta dal governo cinese alla vigilia dei Giochi.

 

Quindi: un uomo che voleva “eprimere la propria opinione”, seguendo alla parola le dichiarazioni del capo della polizia cinese… e’ scomparso nel nulla! Si esclude l’ipotesi del rapimento da parte di alieni. Piu’ probabile che sia vero quello che raccontano dei testimoni: portato via dalla polizia e messo in galera. (Almeno.)

 

Ci ha provato qualcun altro, a “eprimere la propria opinione”?

Anche Ge Yifei, una dottoressa di 48 anni, ci ha provato. E’ venuta apposta dalla città di Suzhou per organizzare una protesta durante i Giochi. Voleva denunciare l’esproprio illegale e l’espulsione forzata di alcuni abitanti dalle loro case. I poliziotti della sua città l’hanno seguita fino a Pechino. Non appena è andata a presentare la domanda per poter manifestare, gli agenti di Pechino l’hanno consegnata ai colleghi di Suzhou, che se la sono “riportata” a casa. Il pretesto: a posteriori si è scoperto che in base al regolamento di polizia della capitale, solo chi ha la residenza anagrafica a Pechino può far valere un diritto a usare quelle tre zone destinate alla “libertà di espressione”.

 

Ah OK… solo chi ha la residenza anagrafica a Pechino puo’ “esprimere la propria opinione”…. potevate dirlo prima !

Altre cavie umane?

Si:

 

I genitori del Sichuan, i cui figli sono stati uccisi dal terremoto del 12 maggio nel crollo degli edifici scolastici costruiti senza rispettare le norme antisismiche. Alcuni di quei genitori volevano approfittare delle Olimpiadi per sensibilizzare le autorità centrali alla loro tragedia, chiedere giustizia, implorare indagini serie sul crollo delle scuole. Dovevano venire a Pechino nella speranza che il governo ascoltasse le loro denunce. Non sono neanche riusciti a partire. La polizia li ha intercettati all’aeroporto di Chengdu, il capoluogo del Sichuan. Gli agenti hanno stracciato i loro biglietti aerei prima che tentassero di imbarcarsi.

 

…. qualcun altro?

 

La signora Zhang Wei aveva le carte in regola per ottenere il permesso. E’ residente a Pechino, nel quartiere storico di Qianmen. Proprio in vista dei Giochi l’area di Qianmen è stata restaurata per restituirle l’aspetto che aveva un secolo fa. E’ diventata un’attrazione turistica piena di ristoranti, negozi, cinema e teatri che riproducono un’architettura antica. Ma il progetto urbanistico ha avuto un costo sociale pesante. Sono state demolite molte casette popolari, gli abitanti hanno subìto espulsioni forzate. Pochi giorni prima dei Giochi a Qianmen ci fu una manifestazione di protesta popolare, repressa duramente dalla polizia. Zhang Wei voleva riprovarci. A Olimpiadi iniziate, il 12 agosto, la signora Zhang si è presentata al commissariato di quartiere a Qianmen. Portava una lettera firmata da altri venti vicini: la richiesta di usare uno dei parchi appositamente designati, per una protesta contro gli sfratti violenti. Quel 12 agosto è l’ultima volta che suo figlio Mi Yu l’ha vista. Zhang è stata arrestata e condannata. Sconterà un mese di carcere per “minacce all’ordine pubblico e alla stabilità sociale”.

1 mese di carcere per aver tentato di “esprimere la propria opinione”

Le organizzazioni straniere non hanno avuto più fortuna. Reporters Senza Frontiere voleva organizzare delle proteste durante i Giochi, ma i suoi membri non hanno ricevuto il visto per la Cina.

Ah questi non l’hanno fatti neanche entrare in Cina, per paura che poi avessero tentato di “eprimere la propria opinione”

Che i tre parchi dedicati alla libertà di manifestare fossero una messinscena, lo si era sospettato subito. La legge cinese infatti lascia alle autorità un arbitrio assoluto per decidere che i candidati manifestanti sono dei sovversivi, nemici della sicurezza e dell’unità nazionale. Quanto è accaduto dall’inizio dei Giochi supera ogni timore: la promessa delle zone libere si è rivelata addirittura una trappola, chi ci è cascato è andato a consegnarsi nelle mani della polizia.

 

Avrete ben capito che in una dittatura bella e buona come quella cinese potete scordarvi di esprimere la vostra opinione. L’unica liberta’ che avete e’ di esprimere l’opinione di chi comanda. Nelle dittature infatti esprimere le opinioni dei dittatori e’ consentito, e’ considerata azione patriottica. Magari se vorrete farlo vi accompagneranno anche in piazza con un comodo pulmino. 

Quella dei 3 parchi era dunque tutta una messinscena. L’ennesima. Anzi, peggio: una trappola…

Dunque, concluderei: una dittatura e’ generalmente un regime politico in cui chi detiene il potere non e’ limitato da leggi o costituzioni (se le leggi e la Costituzione contengono principi liberali essi non vengono rispettati ma aggirati in ogni modo). E’ anche un regime che opprime la liberta’ dell’individuo singolo e di gruppi sociali in molti modi. Ed e’, infine, un regime che ha bisogno di mentire.

Nel caso cinese, non solo di mentire ma di tendere vere e proprie trappole a quei poveri cittadini che fanno l’errore di credere alle parole o alle leggi del proprio Governo.

Insomma, questo sistema della dittatura non mi sembra una grande invenzione. Sono solidale con il popolo cinese.

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Per i piu’ giovani o per i meno informati, consiglio anche di dare uno sguardo indietro alla Storia. Ecco le Stime delle vittime della dittatura cinese dal 1949 ad oggi secondo gli storici piu’ autorevoli (fonte wikipedia):

· Daniel Southerland: 40-80 milioni

· Jung Chang e Jon Halliday: 70 milioni (3 per la riforma agraria, 38 per il Grande balzo in avanti, 27 per i laogai, 3 per la Rivoluzione Culturale)

· Libro nero del comunismo: 65 milioni

· Chen Yizi: 43-46 milioni per il Grande balzo in avanti

· Rummel: 35 milioni (di cui circa 7,5 per il Grande balzo in avanti e 7,7 per la Rivoluzione culturale) [7]

· Judith Banister: 30 milioni per il Grande balzo in avanti

· John King Fairbank: 20-30 milioni per il Grande balzo in avanti

· Marie-Claire Bergère: 13 milioni da fonti cinesi e 16-28 milioni da fonti occidentali (solo per il Grande balzo in Avanti)

· Daniel Chirot:: 830.000-3 milioni per riforme terriere; 20-40 milioni per il Grande balzo in avanti, 1-20 milioni per la Rivoluzione Culturale.

· Wang Weizhi: 19,5 milioni per il Grande balzo in avanti

È meglio la peggiore delle democrazie che la migliore di tutte le dittature

(Sandro Pertini)

 

 

Astana, la città del futuro

Astana

La città del futuro

Una città futuristica sta nascendo nel cuore dell’Asia,

Nello stato del Kazakistan,

Voluta dal suo presidente, Nursultan Nazarbayev,

per celebrare la potenza crescente della sua Nazione.

Il progetto e’ del giapponese Kisho Kurokawa,

All’insegna di una esplosione di stili,

Tra grattacieli, piramidi, un « tendone »

e una foresta per proteggerla dai venti…

Nel 1824 un gruppo di cosacchi siberiani, provenienti da Omsk, fondò una fortezza sul fiume Ishim. Questa diede origine alla città di Akmolinsk, che rimase a lungo una cittadina di poca importanza. Ma negli anni cinquanta del secolo scorso Krusciov scelse la zona per un importante progetto “per lo sfruttamento delle Terre Vergini” e cosi’ limportanza di questa cittadina crebbe improvvisamente. Nel 1961 la citta’ venne ridenominata Tselinograd (o Citta’ Vergine) ed eletta capitale del Territorio delle Terre Vergini Sovietiche (Celinnyj Kraj). Durante il periodo sovietico Tselinograd e’ stata soprattutto un centro di buona produzione di mais e frumento, ma anche di bestiame, latte e lana. C’era anche una miniera e una frabbrica per la produzione di automobili.

Nel 1991, quando il Kazakistan divenne indipendente da Mosca, strade e piazze, tutte intitolate a eroi sovietici o a avvenimenti della storia sovietica, vengono ribattezzate con nomi kazaki. Anche alla città e’ cambiato il nome : diventa Aqmola. Ma non e’ finita.

Pochi anni dopo viene indicata come nuova capitale, in sostituzione di Almaty, polverosa città nel Sud del Paese. Ambasciate, rappresentanze, banche e uffici dovettero spostarsi a Aqmola, che tanto per cambiare venne ribattezzata ancora una volta: Astana.

Le ragioni del trasferimento della capitale (da Almaty a Astana) furono diverse. Il Kazakistan inizia a risollevarsi dalla crisi economica dell’inizio degli anni ‘90 grazie alle sue immense risorse energetiche. Il Kazakistan ha grandi quantita’ di petrolio e gas naturale. Secondo le stime dell’OPEC solo dieci paesi vantano riserve maggiori. Nel 2006 il Kazakisan ha prodotto circa 1,5 milioni di barili (226,70,000 m3) al giorno di petrolio e un totale (in 12 mesi) di 23,5 miliardi di metri cubi di gas naturale.

Inoltre secondo altre stime e’ il secondo paese al mondo per riserve di uranio, cromo, zinco e piombo, il terzo per manganese, il quinto per rame e tra i primi dieci per oro, acciaio e carbone. Per non farsi mancare nulla, questo paese centroasiatico e’ anche un buon esportatore di diamanti. Praticamente una ricchezza immensa. Il migliore dei passaporti che una nazione possa presentare all’inizio del XXI secolo. Ed e’ per questo che la classe dirigente vuole costruire una capitale all’altezza delle rinnovate ambizioni nazionali.

Il Presidente Nazarbaev ha ritenuto che Almaty non sia una buona capitale in quanto situata in una zona troppo distante dalle vie di comunicazione e commerciali che attraverso la Russia portano direttamente in Europa. Inoltre lo spostamento verso nord permette anche di avere una capitale al centro della steppa kazaka, e piu’ o meno del paese. Altri invece hanno interpretato questa mossa come un tentativo di allontanare il centro decisionale del paese dai confini con la Cina (Almaty dista appena una sessantina di chilometri dal gigante asiatico) ed avvicinarlo, ai fini di un maggiore controllo, alle regioni del nord, abitate in maggioranza da russi che potrebbero chiedere l’annessione alla madrepatria. Inoltre Almaty e’ anche una zona sismica, per cui molti sostennero che costruire li nuovi edifici sarebbe stato estremamente piu’ costoso. Probabilmente tutte le ragioni sono vere.

Astana e’ una città dal nome altisonante, perche’ in lingua kazaka significa per l’appunto capitale o, più precisamente, visto che i kazaki sono tradizionalmente un popolo nomade, ‘il posto dove vengono prese le decisioni’.

Il giorno del compleanno del presidente Nazarbayev, che governa ininterrottamente dal 1991, e’ stato scelto come giorno di festa della capitale.

Astana, nel 1998 una citta’ di 300 mila persone, nel 2003 era salita a mezzo milione, e si calcola che per il 2012 raggiungerà il milione. Oggi i due terzi degli abitanti sono di etnia russa, discendenti dei “coloni” insediatisi nelle “Terre Vergini”, e il restante soprattutto di etnia kazaka, ma anche ucraini e tedeschi. Quest’ultimi, anch’essi lontani discendenti di coloni. La minoranza tedesca e’ quella piu’ vicina culturalmente e storicamente a quella russa.

Le temperature ad Astana sono tra le piu’ estreme del mondo. L’estate fa caldo: si raggiungono generalemente circa 20 gradi. 35 come massima. L’inverno e’ lungo, nevoso e freddissimo: -15 gradi, eccezionalmente -30, con venti gelidi che spazzano la steppa.

Il Kazakistan, il piu’ grande dei cinque paesi centro-asiatici ex sovietici, sta rasformando la sua capitale in uno strano e affascinante sogno urbanistico del XXI secolo. Una città ideale, un insediamento urbano ideato secondo un progetto urbanistico razionale, che segue un metodo scientifico. La costruzione e’ gia’ cominciata. Alcuni l’hanno definita la futura ‘Dubai della steppa’, ma in realta’ nonostante gli enormi capitali investiti non ha nulla in comune con l’opulenza “americana” sempre sopra le righe degli Emirati Arabi.

Chi ha voluto questo ambizioso progetto intende far cambiare idea a chi pensa che i tentativi del ‘900 avessero dimostrato che le città-utopie non funzionano, non sono “umane”, cioe’ essendo pianificate a tavolino non possono essere a misura d’uomo.

Infatti la nuova Astana e’ una citta’ disegnata per essere una grande capitale ma anche una citta’ rivoluzionaria, che allo stesso tempo riesca a sfidare e vincere la battaglia con la natura ma rimanendo sostenibile.
Le lontane parenti di questo eccezionale esperimento sono le mussoliniane Sabaudia e Latina, l’australiana Canberra, la Brasilia di Oscar Niemeier e l’indiana Chandigarth di Le Corbusier, tutte città programmate a tavolino dagli architetti invece che sbocciate naturalmente dal libero aggregarsi degli individui sulle vie commerciali della storia.

Quindi Astana e’ solo l’ultima delle città utopiche. Forse è stata voluta per dimostrare a tutto il mondo (addirittura prima che il film ‘Borat’ di Ali G uscisse nelle sale di tutto il mondo…) che il Kazakistan è uno Stato importante, da non ridicolizzare, ma anzi tra le potenze energetiche più influenti del pianeta, e pronto a far pesare i suoi assets per salire finalmente i gradini della gerarchia mondiale, per accomodarsi nella comoda poltrona che gli spetta: al centro dell’Asia, e percio’, nel XXI secolo, al centro del mondo intero, con i rubinetti energetici saldamente nelle proprie mani.

Vincitore del concorso architettonico è stato il giapponese Kisho Kurokava, un grandissimo architetto di fama internazionale. Gia’ nel 1958 Kurokawa inizio’ a predicare la “Transizione dall’Era della Macchina all’Era della Vita” e due anni dopo co-fondo’ il Movimento Metabolista. Kurokava da decenni predica, per l’architettura e lo sviluppo umano, l’ecologia, la sostenibilita’, la simbiosi. Per quattro decenni ha creato progetti architettonici sostenibili, eco-friendly.

L’attuale chief planner, Vladimir Laptev, ha affermato dal canto suo di voler dar vita a una Berlino in stile Euroasiatico, cercando di evitare di creare una capitale meramente amministrativa come l’australiana Canberra.

Anche artisti e intellettuali hanno partecipato al progetto, fornendo le loro vedute e le loro idée.

Per prima cosa si è proceduto a un ‘kosmeticesky remont‘, un restauro cosmetico, come usano dire i russi: stucchi e intonaci scrostati vennero in pochi mesi ricoperti da gusci di plastica verniciati di tenui colori pastello.

Astana è stata sviluppata lungo due vettori naturali: il fiume Ishim e la ferrovia che collega il Sud del Paese con il Nord, la Russia e attraverso la Russia con l’Europa.

Un progetto che si allontana dalla tradizionale struttura radiale, dove le periferie si sviluppano ad anelli concentrici attorno a un centro storico. Kurokawa è infatti uno dei primi architetti ad aver infranto questa consuetudine.
Astana è costruita a settori: tanti quartieri uno in fila all’altro, il primo industriale, attorno alla stazione, così da sfruttarne le possibilità di trasporto. Quindi le aree residenziali con parchi. Infine una nuova amministrazione del governo e un quartiere per diplomatici tra il fiume e il centro della città.

Oggi molti lavori sono in costruzione (ambasciate, lungofiume, infrastrutture per il trasporto e la comunicazione). Al centro della citta’ rimane il grande Viale della Repubblica, dove come in ogni capitale che si rispetti si trovano innumerevoli caffe’, negozi, ristoranti, pub, discoteche e anche qualche casino’.

Anche l’escursione termica, che come detto e’ di circa 70 gradi (da -40 a +30), ha posto non pochi grattacapi ad architetti e urbanisti. Però non si sono demoralizzati, e sono riusciti a far convergere le necessità di una città come Las Vegas a quelle di una come Ottawa. Kurokava e gli altri architetti hanno deciso letteralmente di domare la natura. Per prima cosa erigendo una gigantesca foresta, che dovra’ mitigare l’umidità della zona e formare una barriera al vento della steppa. Per risolvere il problema della penuria di acqua hanno costruito un sistema di fogne che permettesse il riutilizzo dell’85 per cento dell’acqua per l’agricoltura e l’irrigazione delle foreste.

Oltre a Kurokawa, alla corte del Presidente Nazarbayev è stato chiamato un altro grande dell’architettura mondiale: il britannico Sir Norman Foster, già autore del Palazzo della Pace e della Conciliazione di Astana. Il suo progetto più sorprendente, probabilmente senza precedenti nella storia dell’uomo, è una gigantesca tenda, la Khan Shatyry, alta 150 metri e con una base ellittica di 300 metri, capace di coprire un’area di 100 mila metri quadrati. Sotto il tendone ci sara’ un parco, un fiume navigabile, un centro commerciale, un minigolf e una spiaggia! La copertura sarà fatta di etfe, uno speciale tessuto dalle proprietà altamente flessibili che, assieme a complessi sistemi di ventilazione, assicureranno alla mini-città una temperatura costante attorno ai 20 gradi per tutto l’anno. Le attività possibili al di sotto del “tendone” andranno dal nuoto alle terme alla visita ai giardini botanici. Insomma: un’oasi di eterna primavera nel cuore dei gelidi inverni centroasitici!

La nuova capitale del Kazakistan spazierà su un’area di 710 chilometri quadrati, gigantesca, se si considera che Mosca, capitale da 11 milioni di abitanti, è grande circa mille chilometri quadrati. Ma le dimensioni della creatura non preoccupano il suo architetto Kurokawa, che in un’intervista ha dichiarato: “Penso che le città debbano essere la somma di varie componenti: progettando Astana ho rifiutato l’idea di un layout che fosse completo in se stesso: il mio primo pensiero è stato di disegnare una città che fosse capace di crescere e di espandersi“. Come una creatura vivente.

Al momento Astana giace a nord del fiume Ishim, ma secondo la volontà di Kurokawa, il fiume diventerà gradualmente il centro della città, e il centro di gravità si muoverà verso sud: “Nel futuro Astana giacerà sulle rive di un fiume che, come la Senna a Parigi e il Tamigi a Londra, scorrerà nel centro della capitale. Il fiume Ishim unirà natura e civilizzazione, città e ambiente, e diventerà un simbolo di Astana. Il mio progetto vuole utilizzare l’infrastruttura esistente integrando i palazzi del periodo sovietico: ho pensato a una simbiosi tra la vecchia città sovietica e il nuovo piano, una simbiosi tra l’acqua come elemento naturale, e la città in quanto elemento artificiale“.

Il risultato sara’ una fusione di moltissimi stili differenti, antichi, moderni e futurstici, dall’imponente architettura sovietica, a piramidi, chiese, moschee, obelischi, archi, grattacieli a vetri e grattacieli ondulati come miraggi nel deserto.

Ancora piu’ importante, si vuole creare una citta’ sostenibile, l’unica pensabile per il prossimo millennio.

Per il 2030, tutto dovrebbe essere completato, e forse potremo visitare la citta’ del Futuro.

Approfondimenti (Wikipedia): Astana, Kazakhstan, Presidente Nursultan Nazarbayev, Politics of Kazakhstan.

Approfondimenti (altre fonti): Astana master plan by architect Kurokava, Astana la perla del Kazakstan, Khan Shatyr: a New Way of Life.

Cina, Pechino, Piazza Tienanmen 19 anni dopo: dalle proteste per la democrazia al totalitarismo orwelliano

Guardate questo video della giornalista Federica Bianchi.

Mennea: “Sono i più grandi e politicizzati Giochi Olimpici della storia dopo Berlino ‘36”

“Sono i più grandi e politicizzati Giochi Olimpici della storia dopo Berlino ‘36. Ma non saranno di nessun aiuto per i diritti umani senza un boicottaggio politico e economico. Che non avverrà, perchè gli interessi in gioco sono troppo grandi”.

Ascolta l’intervista completa rilasciata da Mennea a Micromega

Reporter Senza Frontiere: Manifesta online fuori dello Stadio Olimpico di Pechino!


Sul sito di Reporter senza frontiere (Rsf) è possibile partecipare ad una manifestazione di protesta “virtuale” davanti allo stadio Olimpico di Pechino, che ha ospitato la cerimonia di apertura.

Nella pagina si legge:

La Cina ha tradito le sue promesse di migliorare la situazione dei diritti umani prima dei Giochi Olimpici. Circa 100 giornalisti, cyber-dissidenti, bloggers e utenti internet al momento sono in galera e la censura e’ ancora ovunque nella stampa e online.

Le autorita’ hanno pribito tutte le manifestazioni durante I Giochi olimpici di Pechino.

Nonostante le serie violazioni dei diritti umani in tutta la Cina, I capi di stato e di governo e le famiglie reali hanno deciso di essere presenti alla cerimonia di apertura dell’8 agosto. Ma noi ci rifiutiamo di supportare il governo cinese in questo modo.

Unisciti a noi manifestando fuori dello Stadio Olimpico di Pechino!

Condivido l’iniziativa di RSF (che in Cina e’ censurato) e manifesto.

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Articolo correlato: La Cina prosegue la repressione all’ombra dei Giochi

Sottomettetevi ai potenti cinesi di razza Han, o voi diversi per cultura, razze e valori!

Ecco un estratto dell’articolo di un opinionista cinese (da Le ambizioni della grande nazione , di Federica Bianchi):

Dalla prima pagina di netease.com, uno dei principali portali online in Cina, un estratto di un articolo scritto dal nazionalista Wang Li:

Questo paese antico è integrato e frammentato, è fragile e solido. E sta ansiosamente aspettando un’opportunità di risorgere. Le Olimpiadi sono una tale opportunità. E’ l’appuntamento ufficiale della Cina con il mondo. Ogni cinese vuole riprendere il nome che un tempo apparteneva a questa terra: 大国, la Grande nazione.

Una nazione così Grande che tutti i vicini si sottomettono a lei e gli stranieri arrivano per offrirle le loro congratulazioni. Una nazione così grande che chiunque offenda i potenti Han sarà distrutto, a prescindere dalla distanza.

Per ricostruire il sogno di una tale nazione, l’intero paese è stato mobilizzato. Internamente abbiamo costruito nuove strutture, strade, migliorato l’ambiente.

All’estero, abbiamo dimostrato buona volontà, rispettato le promesse, consolidato la politica estera. Questo paese ha fatto sforzi e sacrifici enormi. Il popolo adesso spera ansiosamente di ricevere un adeguato riconoscimento.

Tuttavia, in un mondo pluralistico, le differenze tra culture, razze e valori rendono questo processo di rinascita cinese particolarmente difficile.

Queste parole, scritte in tutta sincerita’ da un nazionalista cinese (dire “nazionalista” prima di “cinese” e’ un pleonasmo), rivelano le vere ambizioni cinesi: continuare sulla strada di un nazionalismo esasperato - oramai unica ideologia nazionale, insieme alla corsa ad arricchirsi - come collante che tenga insieme un impero vasto e disomogeneo, dove ben il 40% del territorio e’ cinese piu’ o meno come Portorico e’ statunitense.

Purtroppo, come succede spesso e volentieri, il nazionalismo ha pero’ bisogno di un nemico.

Infatti, alla faccia della “societa’ armoniosa” sbandierata dall’elite al potere a Pechino, le differenze tra culture, razze e valori rendono questo processo di rinascita cinese particolarmente difficile”.

Dunque, sottomettetevi ai potenti cinesi di razza Han, o voi diversi per cultura, razze e valori!

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VIDEO: La nuova Cina sogna

Grande Fratello a Pechino

Sapevamo quanto i Giochi Olimpici siano oramai piu’ business che sport, ma questa dell’”affare della sicurezza” e’ nuova.

La parola a Federico Rampini (dall’articolo del 3 agosto Grande Fratello a Pechino):

Le Olimpiadi di Pechino non saranno un business soltanto per i “soliti noti” delle sponsorizzazioni, le multinazionali dalla Coca Cola alla Nike che invaderanno gli schermi del mondo intero con le loro interruzioni pubblicitarie durante le gare. Oltre alle centinaia di milioni di telespettatori c’è un altro ricco mercato che ha già attirato i colossi del capitalismo Usa come api sul miele: è la sicurezza. Honeywell, General Electric, United Technologies e Ibm sono i quattro big che hanno installato qui uno dei più estesi e sofisticati sistemi di sorveglianza elettronica del mondo.

[…]. Naturalmente gli “incidenti” da prevenire includono le manifestazioni di dissenso, le proteste per gli abusi contro i diritti umani o contro la feroce repressione in Tibet.

[…] Ma la complicità dell’industria americana nel fornire tecnologie all’apparato poliziesco di Pechino sta giocando un brutto scherzo agli stessi Stati Uniti. Il deputato Frank Wolf, parlamentare della Virginia, ha accusato la Cina di avere organizzato un cyber-attacco contro di lui. I sei computer del suo ufficio sono stati invasi e saccheggiati da hackers. L’indagine compiuta dall’Fbi ha stabilito che l’intrusione informatica è venuta dalla Repubblica Popolare. “Sono preso di mira - ha dichiarato Wolf - perché da anni denuncio gli abusi della Cina contro i diritti umani”.

[…]

Amici, ricordate queste marche: Honeywell, General Electric, United Technologies e Ibm. Boicottatele!

Pechino, i Giochi e i diritti umani



Secondo il corrispondente de La Repubblica in Cina Federico Rampini, le proteste delle opinioni pubbliche europee, americane e via dicendo, ovunque la fiaccola olimpica sia passata – Londra, Parigi, San Francisco, New Delhi eccetera -, e anche altrove, hanno mostrato “un turbamento profondo tra le opinioni pubbliche democratiche, un disagio che i governi occidentali non riescono a interpretare”.

Cosi’ scriveva Rampini in un articolo dell’aprile scorso, ma mi sembra ancora attualissimo:

Abbiamo visto crescere la Cina come la nuova superpotenza dell’economia globale, l’abbiamo scoperta capace di esportare non solo prodotti e capitali ma anche influenza diplomatica, politica, perfino culturale. Quella parabola ha ispirato una certa ammirazione: per le centinaia di milioni di persone affrancate dalla miseria in pochi decenni; per l’efficienza di una classe dirigente capace di traghettare verso la modernità la nazione più popolosa del pianeta.

Sullo sfondo di una formidabile ascesa, restava in sospeso l’interrogativo drammatico sulla natura autoritaria del suo sistema politico, incompatibile con i valori universali dei diritti dell’uomo. Oggi l’avvicinarsi dei Giochi fa esplodere la contraddizione tra l’immenso peso della Cina nel mondo, e la sua pericolosa diversità, l’intransigenza con cui i suoi dirigenti rifiutano di imboccare la via delle riforme democratiche. Europei e americani sono sgomenti di fronte al mutismo dei loro governi perché dietro vi intuiscono un’impotenza, sospettano opportunismi e viltà.

[…] rivolta del Tibet, schiacciata dalla repressione cinese. Pochi giorni fa il regime di Pechino ha dato un’altra prova dei metodi con cui garantirà l’ordine durante i Giochi di agosto: ha condannato a tre anni e mezzo di carcere Hu Jia, l’attivista umanitario colpevole di aver difeso i malati di Aids, di battersi per la tutela dell’ambiente, per la libertà religiosa; un dissidente odiato dalle autorità per i suoi contatti con la stampa estera e il coraggio con cui usava Internet sfidando la censura.

Questo giro di vite contraddice gli impegni di liberalizzazione presi dalla Repubblica popolare quando ottenne l’assegnazione delle Olimpiadi, il 13 luglio 2001. Nessun governo occidentale finora ha trovato le parole per dirlo. Pochi giorni fa da un vertice dell’Unione europea è uscita una penosa cacofonia sul Tibet e i Giochi. La Francia ha peggiorato la confusione, dettando precise condizioni per la partecipazione di Sarkozy alla cerimonia inaugurale, che sono state smentite dopo poche ore.

Colpisce il silenzio dell’Occidente su un altro spettacolo preoccupante che va in scena a Pechino: il tiro al bersaglio contro la stampa straniera. Irrigidito per la tensione interna ed esterna che sente crescere all’avvicinarsi di agosto, esasperato per l’impatto mondiale della repressione in Tibet, il regime di Hu Jintao ha deciso di prendere di mira chi diffonde le notizie sgradite. Dopo aver sigillato il Tibet e perfino regioni limitrofe come il Sichuan, vietando l’accesso ai giornalisti stranieri; dopo aver blindato l’informazione interna con la propaganda, ora il governo dirige una virulenta campagna contro la stampa estera accusata di pregiudizi, distorsioni e manipolazioni.

L’operazione è partita in sordina, con la denuncia di errori in alcune immagini diffuse da Cnn e Bbc. Poi sono sbocciati dei siti Internet animati da cittadini-vigilantes a caccia di disinformazione: uno di questi si chiama www. anti-cnn. com. In un paese che ha ormai più utenti online dell’America (230 milioni), e dove 30.000 informatici lavorano a tempo pieno per censurare il web, il principale portale nazionale Sina. com ha lanciato una petizione popolare per condannare i “pregiudizi” dei mass media stranieri: fino a ieri aveva raccolto 1.140.000 firme (secondo dati del governo, naturalmente incontrollabili).

Il principale giornale nazionale, il Quotidiano del Popolo, ha un forum online dove i lettori autorizzati inseriscono commenti di questo tenore: “A Lhasa sono stati commessi crimini violenti ma i mass media occidentali ne hanno dato versioni false e tendenziose”. “I cinesi sono indignati, la stampa estera deve vergognarsi”. Dalle denunce generiche si è passati alle intimidazioni personali. Alcuni corrispondenti americani hanno ricevuto centinaia di telefonate e sms anonimi con minacce di morte estese ai familiari. Gli autori sono “gruppi nazionalisti” non meglio identificati. Due giornalisti occidentali si sono dovuti trasferire per precauzione da Pechino a Hong Kong.

Dietro questo crescendo di ostilità c’è una regìa inequivocabile. Il governo non ha neppure cercato di nascondere il suo ruolo: il sito ufficiale delle forze armate ha pubblicato un lungo elenco di giornalisti stranieri con le loro coordinate personali, dal numero di cellulare all’indirizzo di casa. La caccia alle streghe riecheggia in modo sinistro certe pagine di storia del maoismo. A quattro mesi dalle Olimpiadi per le quali aveva promesso libertà d’azione ai mezzi d’informazione, Pechino sta orchestrando con le risorse dello Stato un linciaggio virtuale dei mass media stranieri.

Se avvenisse in un paese meno importante i governi occidentali avrebbero già reagito. In questo caso invece dall’America all’Europa il silenzio è assordante. E i nostri comitati olimpici nazionali, riuniti proprio in queste ore a Pechino, fanno finta di non vedere nulla. Il realismo che deve guidare le diplomazie non ci impone di calpestare i valori su cui sono fondate le nostre democrazie […].

Ma vi rendete conto? Se un centesimo di quanto accade in Cina avvenisse in un paese che non tiene per i coglioni le nostre economie, pensate che i vari Bush, Brown e compagnia bella si esprimerebbero nello stesso modo, educato e “diplomatico”? Pensate che continuerebbero a stringere la mano di Hu Jintao?

A me pare che quello che accade e’ semplice:

A parole tutti siamo dalla parte della democrazia, contro le dittature e contro la violenza, nei fatti la sola legge che rispettiamo e’ quella capitalistica del mercato. Che oltretutto non sempre giova direttamente a noi cittadini: piu’ spesso giova alle elite che ci comandano. Per cui ad esempio l’embargo a Cuba, pluridecennale, continua. Inutile “per combattere la dittatura”, visto che i Castro mi risulta siano sempre li, ma utile solo ad affamare un popolo. Ma Cuba e’ un’isoletta che non ci interessa troppo, economicamente parlando.

Lo stesso vale per il Myanmar - embargo che affama la popolazione e non tange i bastardi al potere – e tanti altri staterelli piu’ o meno disgraziati.

Ma quando ad ammazzare la gente sono gli USA, allora le loro guerre vanno giustificate perche’ “esportano democrazia” (sic). Quando le fanno i russi – amici di famiglia del Sig. Berlusconi - non si puo’ dire troppo perche’ altrimenti ci tagliano le furniture di gas.

Quando a fare porcherie e a non rispettare i diritti fondamentali degli esseri umani e’ un paese, la Cina, che oramai volente o nolente tiene per i coglioni l’economia Americana e europea (e ne possiede buona parte), allora ci vorrebbero tutti zitti e seduti davanti alla televisione.

Non ci sto.

Penso sia giusto Boicottare le Olimpiadi della Vergogna!

Detto questo, e’ chiaro che ci vorrebbe “una nuova politica mondiale, con un’Europa piu’ forte e meno legata al capitale”.

Fiaccola Olimpica e Olimpiadi della Vergogna

Il percorso della fiaccola olimpica, simbolo delle Olimpiadi della vergogna, e’ stato una vera via crucis per il governo cinese che ha dovuto subire lo smacco di una torcia continuamente assediata da persone che ritenevano un vulnus per la loro coscienza che quell segno di concordia, di fratellanza e di pace camminasse alla volta di Pechino dove questi valori di certo non abitano.

E’ per questo che un numero incredibile di persone sta gridando forte che la liberta’, l’eredita’, la sopravvivenza del Tibet non riguardano solo le donne e gli uomini del Tetto del mondo ma tutti noi.

Piero Verni

Avviso ai naviganti

 

( Da ATARAXIA )

 

 

 

 

Naviganti del mondo virtuale, pescatori nell’oceano dell’informazione, amici che a volte venite a visitarmi in questa isola libera (che ha la presunzione di voler contribuire alla nascita di una @tlantide del nuovo millennio)…

Vorrei rendervi noto che nei prossimi giorni, o settimane (mesi?),

interverro’probabilmente in modo raro o irregolare…

No, non pensate male, la mia coscienza civica non e’ affondata nelle acque melmose dell’egoismo, non e’ stata contaminata dal pericoloso germe del piccolo-borghesismo di questo nuovo Medioevo millecolori.

Al contrario.

Ma visto che mi trovero’ a viaggiare per luoghi dove difficilmente si trovano reti differenti da quelle per pescare, non avro’ forse la possiblita’ tecnica di comunicare con voi, se non attraverso qualche messaggio in bottiglia… che gia’ ho provveduto a lanciare nell’oceano.

Spero che qesto viaggio nella Conoscenza, come tutti i viaggi che un uomo puo’ intraprendere, contribuisca al cambiamento della mia persona e, con e grazie a questo, al cambiamento del mondo al quale nonostante tutto fieramente appartengo.

Un abbraccio a tutti voi.

Alessio.

Fu necessaria Hiroshima ?

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DI MARK WEBER
IHR

Il 6 Agosto del 1945 il mondo entrò drammaticamente nell’era atomica: senza [alcun] avvertimento né precedenti, un aereo americano lanciò una bomba nucleare sulla città giapponese di Hiroshima. L’esplosione distrusse completamente più di sei chilometri quadrati del centro cittadino. Circa 90.000 persone vennero uccise immediatamente; altre 40.000 rimasero ferite, molte delle quali morirono in una prolungata agonia a causa delle radiazioni. Tre giorni più tardi, una seconda esplosione atomica sulla città di Nagasaki uccise circa 37.000 persone e ne ferì altre 43.000. Complessivamente le due bombe uccisero circa 200.000 civili giapponesi.

Tra i due bombardamenti, la Russia Sovietica si unì agli Stati Uniti in guerra contro il Giappone. Sotto le forti pressioni americane, Stalin ruppe il suo trattato del 1941 di non aggressione con Tokyo. Lo stesso giorno che Nagasaki veniva distrutta, le truppe sovietiche iniziarono a riversarsi in Manciuria, travolgendo le forze giapponesi ivi dislocate. Sebbene la partecipazione sovietica influì poco o nulla sull’esito finale della guerra [contro il Giappone], Mosca beneficiò enormemente dall’essersi unita alle ostilità.

In una trasmissione diramata da Tokyo il giorno successivo, il 10 Agosto, il governo giapponese annunciò la propria disponibilità ad accettare la dichiarazione congiunta anglo-americana di Potsdam sulla “resa incondizionata” [dei nemici degli Alleati], “con l’intesa che la detta dichiarazione non comprometta le prerogative sovrane di Sua Maestà [l’Imperatore]”. Il giorno dopo venne la replica americana, che includeva le parole seguenti: “Dal momento della resa l’autorità dell’Imperatore e del governo giapponese a guidare lo Stato sarà soggetta al Comando Supremo dei Poteri Alleati”. Infine, il 14 Agosto, i giapponesi accettarono formalmente le disposizioni della dichiarazione di Potsdam, e venne annunciato un “cessate il fuoco”. Il 2 Settembre, i rappresentanti giapponesi firmarono la resa a bordo della corazzata statunitense Missouri nella baia di Tokyo (…)

Leggi l’articolo completo su Come Don Chisciotte

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LA GUERRA INFINITA AMERICANA IN AFGHANISTAN

Benito Li Vigni e’ probabilmente il più grande conoscitore di questioni petrolifere in Italia. In questo articolo riassume perfettamente quello che difficilmente i grandi mezzi di informazione ci dicono.

E’ indispensabile che leggiate questo articolo.

E’ un storia di soldi, Impero Americano, Asia Cetrale e Afghanistan. E, of course, Guerra e Terrorismo.

LA GUERRA INFINITA AMERICANA IN AFGHANISTAN

E’ il momento di chiedersi che senso ha una missione di pace in un contesto di guerra alimentato dagli alleati americani a suon di bombe e quali sono i veri interessi degli Stati Uniti in questo martoriato paese.

Benito Li Vigni

Nell’ottobre 2001 gli Stati Uniti guidarono una coalizione che intervenne militarmente in Afghanistan per stanare gli autori degli attentati dell’11 settembre, rovesciare il regime oppressivo e teocratico dei talebani e, soprattutto, prendere Osama bin Laden vivo o morto. La NATO intervenne in Afghanistan, sebbene non si sia trattato né di un attacco dall’esterno né dell’aggressione di uno stato sovrano nei confronti di un altro stato sovrano. Alcuni paesi si unirono alla coalizione semplicemente per motivi interni, estranei comunque alle finalità dell’attacco promosso dagli USA. La Russia si dichiarò subito pronta allo scopo di ottenere il consenso a proseguire con maggior violenza nella repressione in Cecenia. La Cina si mostrò favorevole all’intervento nella speranza di ricevere il sostegno americano alla repressione messa in atto nella regione occidentale del Paese. L’Algeria, in quel tempo notoriamente uno dei principali paesi terroristi, si mostrò felice di unirsi agli altri per ringraziare gli americani di non averla inclusa fra gli “Stati canaglia”. La Turchia, infine, si offrì di combattere in Afghanistan per gratitudine nei confronti degli USA, in quanto unica nazione che aveva fornito il suo appoggio agli atroci atti terroristici compiuti dal governo turco nella regione sudorientale del paese, contro i curdi che rappresentano circa un quarto della popolazione dell’intera Turchia. Si chiede Ulrich Beck, nel suo libro “Un mondo a rischio”: «Ha ancora senso dire che gli Stati Uniti “difendono” la loro sicurezza interna sul territorio di altri paesi, ad esempio in Afghanistan?».

Chi ha creduto ch